Certe notti ti si attaccano addosso e non mollano. L’eliminazione del Real Madrid in Coppa del Re per mano dell’Albacete, squadra di Segunda División, è una di quelle. Non è solo un risultato gelido scritto sul tabellino: racconta un cortocircuito tra percezione e realtà, tra ciò che il club pensa di poter imporre e ciò che il campo, senza riguardi, restituisce.

Il punto di rottura ha un nome e un cognome: Andriy Lunin. Il portiere è stato protagonista in negativo sugli ultimi due gol dei Blancos, episodi che hanno finito per orientare definitivamente la partita. Non è un j’accuse, perché l’errore del singolo in partite così nasce quasi sempre da un difetto collettivo precedente — tempi di pressione sbagliati, distanze più lunghe del dovuto, poca cura del dettaglio sulle seconde palle. Ma è impossibile negare quanto, a questi livelli, due letture sbagliate possano pesare come macigni.
La Coppa del Re non perdona il Real Madrid
La Coppa del Re non perdona chi la tratta con sufficienza. Lo impari presto: un giro palla pulito non basta se manca ritmo, cattiveria nei contrasti, fame sul primo e sul secondo pallone. In gare a eliminazione diretta, soprattutto agli ottavi, l’equilibrio è un filo sottile: si spezza se la squadra più forte si limita a giocarla “di controllo”, convinta che prima o poi il talento sgretolerà ogni resistenza. Non sempre succede, e l’Albacete l’ha ricordato con una prestazione ordinata, piena di corsa e lucidità nelle transizioni.
Il merito degli avversari va riconosciuto, perché il canovaccio è quello tipico delle grandi sorprese di coppa: densità tra le linee, aggressività pulita, verticalità quando il Real concedeva campo. Poi, certo, i dettagli fanno la differenza. E qui torna Lunin, che negli ultimi mesi ha mostrato crescita e personalità, ma che in questa notte ha pagato caro un paio di indecisioni. È parte del mestiere: un portiere cresce anche così, ripartendo dal lavoro sul tempo d’uscita, sul corpo dietro la palla, sulla gestione delle traiettorie sporche. Proteggerlo pubblicamente e lavorare privatamente sui particolari sarà il compito dello staff.
Dentro questo scivolone c’è anche un tema identitario che chiama in causa l’idea di Madrid più che i nomi. Arbeloa, che incarna quella cultura quotidiana nella cantera, è giunto per alimentare senso di appartenenza, concentrazione feroce e pulizia nei fondamentali. Valori che la prima squadra deve saper tradurre ogni tre giorni, indipendentemente dall’avversario. La coppa, con il suo formato spietato, è il banco di prova perfetto per capire se l’“identità Real” è una frase fatta o un comportamento ripetuto.
Non serve drammatizzare oltre misura, ma nemmeno edulcorare. Il calendario resta fitto, gli obiettivi a cui il club tiene sono lì davanti, e questo non cancella la bruciatura. Una caduta del genere, contro una formazione di Segunda, sporca la narrazione e mette in discussione abitudini che sembravano consolidate: la gestione delle rotazioni, le uscite palla al piede quando la pressione sale, la protezione del corridoio centrale nelle transizioni negative. Sono dettagli, sì, ma è sui dettagli che si vincono (o si perdono) le coppe.





