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Pro Recco trionfa sull’Olympiacos e si lancia in finale di Champions: Irving e Granados protagonisti. Domani il confronto con il Barceloneta

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Una vasca accesa, braccia che fendono l’acqua, respiro trattenuto in tribuna. Una notte di coppe europee in cui i dettagli diventano destino, e due nomi – Irving e Granados – cambiano il ritmo dell’aria attorno alla piscina.

C’è una confidenza speciale quando gioca la Pro Recco. Squadra abituata al peso delle aspettative, a gestire il brusio del grande appuntamento. Dall’altra parte un Olympiacos orgoglioso, con mani educate e fisicità greca che non perdona sul perimetro. In mezzo, il magnete della Champions League di pallanuoto.

Per larghi tratti la partita è stata una lotta di centimetri. Il pressing ha imposto scelte rapide. Ogni fallo in più sembrava un bivio. La difesa recchelina ha stretto le maglie, sporcato linee di passaggio, tenuto bassi i tiri dai due metri. In attacco, scambi corti e tagli improvvisi hanno aperto varchi. Qui si sono presi la scena i due migliori marcatori: Irving con letture pulite sul corto, Granados con quegli angoli che spezzano le certezze del portiere.

L’uomo in più ha fatto la differenza quando contava. Non serve saturare di numeri: si è visto il lavoro sui tempi, la palla che gira veloce, la finta secca prima del rilascio. Sull’altra metà vasca, il portiere recchelino ha messo guantoni pesanti su tiri a parabola e diagonali stretti. Il conteggio ufficiale per parziali e percentuali non è ancora disponibile al momento della pubblicazione, ma l’inerzia si è spostata nel momento giusto.

Ed è lì che si è aperta la porta principale: la Pro Recco ha battuto l’Olympiacos e si è guadagnata la finale di Champions. Una prova corale, figlia di gestione emotiva e lucidità. Il colpo di Irving in controfuga ha spaccato la riga, la conclusione di Granados dall’angolo ha messo un sigillo che sa di leadership. Piccoli esempi, la sostanza resta: quando la vasca si fa stretta, i campioni trovano spazio.

La panchina ha inciso con rotazioni mirate. Bracciate fresche a coprire il centro, braccia lunghe a disturbare la conclusione dall’ala. Anche l’arbitraggio, coerente sui contatti, ha imposto una lettura pulita: chi è rimasto dentro la partita, l’ha indirizzata.

La partita: ritmo, letture, dettagli

Si è giocato sul filo della pazienza. Recco ha rinunciato al tiro forzato, ha cercato il secondo tempo di azione. L’uomo in più ha portato ossigeno, l’uomo in meno ha chiesto sacrificio di gambe e di testa. Nei momenti caldi sono state decisive le “piccole cose”: una palla sporcata, un rientro lungo, un time-out usato per spezzare un break.

E poi il coraggio: prendersi il tiro quando il cronometro stinge, accettare il corpo a corpo ai due metri, non tremare sul rigore morale di chi deve chiudere la porta. È lì che si intravede la differenza tra chi spera e chi guida.

Verso la finale con il Barceloneta

Domani la sfida al Barceloneta. Avversario tostissimo, scuola spagnola di possesso, linee corte, letture intelligenti sul lato debole. Gara che promette ritmo alto e pochi errori concessi. Dettagli chiave: gestione delle superiorità, disciplina sulle espulsioni, scelta di tiro dal perimetro contro una difesa che anticipa e raddoppia. Nota non secondaria: Granados conosce quell’ambiente, ci è cresciuto. È un filo sottile, ma certe abitudini restano nelle mani.

Sarà una partita di energia e testa. Recupero rapido, idratazione, video e lavagna. Il resto lo farà l’istinto: capire quando affondare la bracciata, quando congelare la palla, quando cercare il centro. E se servirà un lampo, lì vicino c’è anche Irving, pronto a sfruttare il metro lasciato di troppo.

Intanto, fuori dall’acqua, restano gli asciugamani che sventolano e il ronzio delle tribune. La finale è un orizzonte vicino, un bordo vasca che riflette luci e facce tese. Che immagine ci restituirà domani questa vasca? Un colpo secco sotto la traversa o un silenzio che precede l’urlo buono? Sta tutto lì, in tre metri d’acqua e un battito di ciglia.

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