Una notte di Champions a Bergamo che resterà nelle tasche per anni: dallo 0-2 che sembrava un muro alla scossa finale, quando un rigore al 98’ ha acceso gli occhi di tutti. Una rimonta concreta, emotiva, lucidissima, cucita sulla pelle della Dea.
La Champions League non perdona. Ma sa premiare chi non molla il filo della partita. L’Atalanta arrivava con un 0-2 pesante. Contro il Borussia Dortmund, squadra abituata a questo palcoscenico. Servivano gol, ritmo, lucidità. E serviva crederci quando i polmoni bruciano e il cronometro corre.
Gasperini ha scelto la via più semplice da dire e più difficile da fare: spingere. Linee alte. Aggressione sul primo controllo. Giocatori che si cercano con passaggi verticali, senza fronzoli. L’Atalanta ha occupato l’area, ha tenuto palla dove fa male, ha forzato errori. Parafrasando una regola non scritta: se vuoi ribaltare, devi restare addosso all’avversario finché cede.
Il pubblico di Bergamo ha capito subito il registro. Sciarpe su, cori bassi e costanti. La squadra li ha seguiti. Un gol ricuce, due accendono la città. Ogni recupero diventava ossigeno. Ogni cross aggiungeva un granello di pressione. Il tabellone, piano, cambiava colore.
Qui un dato aiuta a leggere la partita: in Europa non conta più il gol in trasferta. Quindi la rimonta passava per i novanta minuti pieni, senza calcoli. L’Atalanta ha tenuto il piede sul pedale, ha risposto a ogni ripartenza tedesca con testa fredda, ha tenuto la squadra corta. Il 3-1 spingeva verso l’extra-time. Ma il finale aveva ancora una pagina.
Al 98’ succede quello che in questi stadi senti ancora prima di vederlo. Un contatto in area. Silenzio. Il VAR richiama. L’arbitro indica il dischetto. Rigore. Tutti trattengono il fiato. Sul pallone va Samardzic. Passi corti, sguardo fisso. Tiro. Rete. È il 4-1. Un colpo che chiude il conto dallo 0-2 dell’andata e apre la porta degli ottavi.
La fotografia, più che la cronaca, è questa: una squadra che non abdica. Che sbaglia poco nelle cose semplici. Che sa alternare ferocia e misura. E che sceglie il momento in cui spingere il destino dalla propria parte.
Il piano e la testa
Partita letta bene. Densità sul lato della palla, raddoppi sulle fasce, difesa che sale senza paura. I cambi hanno tenuto alto il volume atletico. I leader hanno guidato, i giovani hanno seguito. I dettagli contano: falli tattici fatti al posto giusto, gestione dei tempi sulle rimesse, attenzione sulle seconde palle. Non serve un manuale, bastava guardare come la Atalanta ha occupato la trequarti: a ondate, ma con ordine.
Questo 4-1 non è solo un punteggio. È un messaggio. Al torneo, agli avversari, alla città. Bergamo riempirà i bar di racconti. Le scuole parleranno di quella corsa al 98’. E poco importa se domani la testa torna al campionato: quello che resta è la prova che si può cambiare la trama anche quando la penna sembra in mano agli altri.
La rimonta non è stata un miracolo. È stata lavoro, coraggio, gestione dei nervi. E adesso? Adesso il sorteggio, altre notti, altra strada. Ma c’è un’immagine che vale più di mille frecce tattiche: un pallone che tocca la rete e un’intera curva che fa un unico gesto con le braccia. Non serve spiegarlo. Basta chiedersi: dove sarai, la prossima volta che il cronometro segnerà 98?





