Erba lucida dopo la pioggia, un pugno alzato appena accennato, il brusio che si fa applauso pieno: a Wimbledon 2026, Matteo Berrettini supera Arthur Fils al secondo turno e torna a parlare al suo torneo, tra tecnica, memoria e coraggio.
Wimbledon pretende chiarezza. E oggi Matteo l’ha portata in campo. Ha battuto il giovane francese Arthur Fils e ha messo un segno netto nel suo cammino ai Championships. Non è solo un passaggio di turno. È una pagina nuova scritta sul prato dove, nel 2021, fu finalista. La cornice è la stessa, la storia è diversa: meno fragore, più sostanza.
Arthur Fils è del 2004, ha braccio rapido e ambizione. È già passato dai riflettori della Next Gen ai tabelloni che contano. Non regala ritmo. Non ha paura di spingere. Matteo l’ha affrontato con il vestito che qui gli dona di più: servizio pieno, dritto che scava, back di rovescio per tenere bassa la palla. Ha scelto le discese a rete, poche e buone. Ha protetto i suoi turni di battuta nei momenti caldi. I numeri di dettaglio ufficiali non erano ancora disponibili al termine della conferenza stampa, ma la sensazione diffusa a bordo campo parlava chiaro: gestione matura, testa vigile.
In sala stampa il romano ha messo il dito sul punto. “Partita da Top 10, ma è tutto un percorso mentale”, ha detto con voce piana. Frase semplice, peso specifico alto. Qui sta il centro della giornata. Perché l’ultimo biennio gli ha chiesto tutto: stop, rientri, la fatica di ricostruire automatismi. Chi lo segue lo sa. Due titoli al Queen’s in carriera, un feeling naturale con l’erba, ma anche una trafila di acciacchi che ti mangiano la fiducia un allenamento alla volta.
Sul campo si è visto un Matteo più leggero nelle spalle. Il primo colpo dopo il servizio ha trovato spesso la zona centrale, per poi aprire l’angolo alla seconda spinta. Scambi corti quando possibile, senza inseguire il colpo definitivo a ogni palla. Con Fils non conviene fare a braccio di ferro lungo: ti sposta, ti entra dentro. Berrettini ha scelto il contrario. Ha tolto aria. Ha lasciato l’iniziativa solo quando serviva ricalibrare il ritmo. E nei game chiave ha mostrato una cosa che non si compra: tranquillità operativa.
Alcuni dettagli parlano più di un commento. Il respiro profondo prima della seconda palla. Lo sguardo verso il box, non per chiedere salvezza ma per confermare il piano. Il cambio campo con una sola parola tra i membri del team. Routine piccole, utili. Segni di una mente che si fida di nuovo del corpo.
Il tennis di alto livello non si riaccende con un interruttore. Lo ricordi, ma devi risentirlo. Berrettini l’ha spiegato senza giri: la forma è un cantiere. Un giorno regge tutto, il successivo ti manca un mattone. Per questo “percorso mentale” non è uno slogan. È la scelta di misurare il campo senza farsi misurare dal punteggio. Accettare l’errore, tenere il colpo in più, non inseguire il passato. Qui Matteo ha dalla sua la biografia: finalista a Wimbledon contro Djokovic, due volte re del Queen’s, uno dei servizi più affidabili del circuito quando il timing si allinea. Esperienza che pesa, soprattutto sull’erba di Londra.
Il secondo turno vinto contro Arthur Fils non risolve tutto. Ma dice che la strada c’è. E che il romanzo non è finito alla prima stagione. Ora il tabellone stringe, le ore di recupero contano, il corpo va ascoltato centimetro per centimetro. Berrettini lo sa. E oggi lo ha mostrato.
Mentre scende la luce su Church Road, resta quell’immagine semplice: un uomo in bianco che raccoglie la racchetta e guarda avanti. Quanto lontano può arrivare questa calma nuova sotto il cielo di Wimbledon 2026?
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